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Quante Jane Doe? di Monica Giovannini

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Ogni racconto ha per protagonista una donna. Tutte queste donne sono accomunate da un’esperienza di violenza, in cui non sempre sono oggettivamente vittime, anche se si percepiscono sempre come tali. 

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4,99€

Scheda tecnica

Editore 13Lab Edition Srls
ISBN 978-88-99425-47-0
Autore Monica Giovannini

Dettagli

Ogni racconto ha per protagonista una donna. Tutte queste donne sono accomunate da un’esperienza di violenza, in cui non sempre sono oggettivamente vittime, anche se si percepiscono sempre come tali. Infatti, “Jane Doe” negli Stati Uniti è il nome assegnato a ogni donna in attesa di riconoscimento all’obitorio, vittima di violenza. Il libro è impreziosito dalla presentazione della criminologa Simona Ruffini, che introduce il lettore ad apprezzare la particolarità delle storie narrate. L’Autrice prima di tutto concede alle sue protagoniste il diritto alla storia, la ricostruzione del passato, il loro collegamento con altre figure, il mondo dei loro sentimenti più o meno complicati, il loro desiderio di offrire e ricevere amore.

Nelle storie della violenza, la strada sembra spianata dalla solitudine che esaspera, che rende più vulnerabili e incerti. Sono storie dei nostri giorni, in cui spesso si vive soli in città affollate, lontani, dentro e fuori, dalle proprie radici, capaci più di relazioni mordi e fuggi che durature, più virtuali che reali. Nella desolazione l’individuo tende a sdoppiarsi, a provare un’alternativa, come Anna che sceglie il nome di Porzia per iscriversi a un sito per cuori solitari. In queste vicende non prevale mai lo squallore, anzi, in un tepore romantico creato dal desiderio profondo e autentico di affetto, sono le parole ad attrarre, la letteratura a fornire compagnia  e significato, moltiplicando le possibilità della comunicazione, creando atmosfere calde e confortevoli.

Gli intrecci sono originali e avvincenti, il libro si legge tutto d’un fiato e con piacere, perché è ben scritto. Le storie contengono sempre un elemento di sorpresa, talvolta un paradosso, la cui spiegazione è irrazionale, risiede nel giro tortuoso dell’animo.

La descrizione del dolore, anche di quello più straziante, è serena ed elegante, non ricerca effetti artificiali per stupire, si presenta da sé come un elemento naturale. Lo stesso vale per le scene di aggressione, la storia è vista con gli occhi di dentro, quello che risalta all’esterno o l’altro punto di vista è secondario, relativo.

Insegna molto la solidarietà, specialmente fra donne, come se fossero più abili nel decifrare il dolore ingiusto, più pronte a intervenire per fare scudo, più aperte nel lasciar affiorare quella sofferenza che macera l’interiorità corrodendola, e, intanto, più disponibili nel farsi compagnia. C’è poi un altro interessantissimo quanto attuale spunto in queste pagine: la violenza non si esprime soltanto con le botte, con lo stupro; esiste una violenza più subdola, apparentemente normale, comunemente abbastanza accettata, è quella di chi abbandona l’amato, non si fa carico delle sue difficoltà, lo tradisce. E’ violenza anche il giudizio avventato, il pregiudizio che etichetta gli altri, che induce a preferire e talvolta a cercare la fine.

La vergogna e l’illusione di trasformare il violento con la forza della sopportazione sono tristi e note compagne di molti episodi di violenza. Le persone cambiano, sì, ma quando, perché, in che misura, non è facile da capire né tantomeno fornisce soluzioni. Anche questo, però, ha poca importanza, vale molto di più fare in modo da non subire, ma anzi da reagire, da essere soggetti del copione che la prepotenza di qualcuno ha la pretesa di stravolgere.

Emerge qua e là una dura verità che la morte non è sempre il peggiore dei mali, che, anzi, talvolta spiana la strada a una più ampia libertà, pone fine al faticoso non-senso di vite che si trascinano, che rifuggono dalla violenza.

 

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